martedì 6 dicembre 2016

E' solo la fine del mondo

Dopo un'assenza durata dodici anni Louis, giovane e affermato drammaturgo, torna nella casa natale per informare i propri familiari d'essere afflitto da un male incurabile. S'imbarca sul primo aereo, rientra in seno alla comunità dalla quale era fuggito, che lo attende tra premurosità e isteria. C'è Suzanne, la sorella minore, che egli non ha mai veduto crescere; Antoine, il fratello più grande, collerico per il non previsto evento e aggressivo perché si sente in qualche modo minacciato da questo ritorno; la madre di tutt'e tre, ingombrante e premurosa, del tutto inadeguata ad affrontare un figlio che, peraltro, mai era riuscita a capire. Infine Catherine, la cognata ignota, che s'esprime con timidezza, ma è l'unica a comprendere, alla fine, le ragioni dell'imprevista visita. Insieme a loro, Louis va in cerca di brandelli di verità, ma - proprio come avveniva in passato - le voci si sovrappongono, il bisogno di urlare prende il sopravvento; nevrosi e rancori, rabbie e paure si ripresentano puntuali, confinando la speranza a mero rumore di fondo.

Tratto da un testo teatrale scritto nel 1990 dal francese Jean-Luc Lagarce (morto nel 1995, a causa di complicanze subentrate al virus Hiv), "E' solo la fine del mondo" - premio della giuria a Cannes, giusto il festival che ha accolto il nostro da quando aveva vent'anni - è un kammerspiel teso, potente, violento di quella violenza che solamente l'abuso di parole e di emozioni riesce a creare. Da "J'ai tué ma mère" a "Mommy", è la sensazione della vergogna, la vergogna di sé a tener separati i membri delle famiglie di Dolan, perduti in querelle interminabili. Con "E' solo la fine del mondo", la separazione è condotta al calor bianco e profusa dentro un'emorragia verbale devastata e devastante. Congedo privo di appelli, nel quale la crudeltà ha la meglio su ogni possibile tenerezza e la vis drammaturgica ripropone quella della pièce teatrale, il film inscena un'impossibile riconciliazione e salda, presumibilmente, i conti con l'argomento, evocandolo un'ultima volta in interni e calandolo nel caos più assoluto.

Contestato da alcuni critici per l'aria di palcoscenico che vi circola e per la chiusura, fino al tanfo, in una messa in scena claustrofobica, "E' solo la fine del mondo" appare, forse, meno originale ed azzardoso degli altri titoli del nostro, ma per certo è il più sentito e vigoroso. Il 27enne regista canadese continua la sua personale immersione nelle sgradevoli dinamiche di gruppi familiari disfunzionali, probabile frutto di ossessioni coltivate con nevrotico impegno. I termini per spiegarsi non s'individuano, ciascuno grida la propria rabbiosa insoddisfazione, solo chi ascolta (la cognata) riesce ad udire, dire qualcosa (il protagonista) si rivela anelito a un traguardo irraggiungibile, condanna ad una solità fattasi gravame insopportabile. Privilegiando primissimi piani, adoprando il campo-controcampo alternato a repentini scambi corali, Dolan compone una raffinata partitura per sussurri e grida (espressione, non a caso, forgiata da un critico musicale, riferendosi ad un quartetto di Mozart), che trova negli eccezionali interpreti degli esecutori ideali. La metafora finale dell'uccello a cucù che s'incarna per poi piombare al suolo è uno svolazzo magari pleonastico, ma che si perdona volentieri ad un autore fra i più necessari e peculiari del cinema contemporaneo.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

E' SOLO LA FIE DEL MONDO.REGIA: XAVIER DOLAN. INTERPRETI: GASPARD ULLIEL, NATHALIE BAYE, LEA SEYDOUX, VINCENT CASSEL, MARION COTILLARD. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA: 95 MINUTI. 




lunedì 28 novembre 2016

Amore e inganni

Un'affascinante e giovane vedova, Lady Susan Vernon, si reca per una vacanza a Churcill, proprietà del fratello del consorte, per scoprire i più recenti pettegolezzi circolanti nella buona società: ve ne sono diversi che la riguardano. L'altro, più importante scopo è quello di assicurare a lei e alla giovane figlia Federica, ormai in età di sposarsi, dei mariti capaci d'offrire ad entrambe un'esistenza agiata: ad aiutarla nell'impresa è Alicia Johnson, migliore amica e confidente. L'arrivo al castello del fascinoso Reginald De Courcy e di Sir James Martin, un sempliciotto foderato di quattrini, paiono favorire le mire della donna: ma, ben presto, le cose si complicano. I suoi modi seduttivi finiscono per attrarre entrambi gli uomini; in particolare, le attenzioni riservate al primo privano la sorella di Mr.Manwaring, un'amabile fanciulla, dell'innamorato. Per gli stessi motivi, la moglie di Mr.Manwaring diviene gelosa ed infelice. Quando gli eventi sembra stiano precipitando, un cambio di strategia rovescerà un oroscopo fattosi infausto: tutto si sistemerà, secondo le mire della calcolatrice, quanto irresistibile, protagonista.

"Lady Susan" è stato scritto verso la conclusione del '700, quando Jane Austen aveva vent'anni ed era alle prese con la prima stesura di "Ragione e sentimento". Tuttavia, fino al 1811 nessuno fra i suoi racconti venne pubblicato e, a quel momento, è ragionevole supporre che la scrittrice fosse insoddisfatta del testo. Probabilmente, la prima cosa che non la convinceva più era la forma epistolare: assai popolare nel XVIII secolo (ella stessa l'aveva adoperata per la citata, prima stesura di "Ragione e sentimento", che portava il titolo di "Elinor e Marianne"), era poco adatta al talento della nostra, che vi rinunciò volentieri per passare alla terza persona, metodo dipoi utilizzato sempre. "Lady Susan" - titolo scelto dalla nipote della Austen, per un lavoro che ancora ne era privo - apparirà mezzo secolo dopo la morte dell'autrice, quando la famiglia concede finalmente il diritto di pubblicazione.

E', "Amore e inganni", il quinto lungometraggio firmato da Whit Stillman, cineasta fra i meno prolifici che la storia del cinema recente annoveri. Risale infatti al 1990 il suo esordio con "Metropolitan" - un garbato balletto sentimentale tra giovani appartenenti alla upper class newyorkese, dipinti senza cinismo o accondiscendenza - che, dopo un passaggio al Sundance Film Festival, fece incetta di premi e sembrò aprire la strada ad un nuovo, promettente talento. I successivi "Barcelona" (1994) e "The Last Days of Disco" (1998), tuttavia, non mantengono in pieno le aspettative, stazionando fra manierismo e ritualità. Un poco meglio le cose andranno con "Damsels in Distress" (2011), grazie principalmente ad un cast valido e capitanato da Greta Gerwig, impagabile come d'uso. "Amore e inganni" sciorina direttamente i numi tutelari dell'intera filmografia stillmaniana: Jane Austen che, per tematiche e sensibilità, può dirsi da sempre presente nelle pellicole di lui; e Woody Allen, del quale condivide la propensione per la dimensione affabulatoria e la predilezione per personaggi calati in complesse vicende romantiche. La forma scelta, questa volta, è quella della commedia classica: il ritmo vi appare sostenuto, il rimpallo delle battute impeccabile, la complicità coi personaggi convincente. Kate Beckinsale fornisce una prova maiuscola, dando alla narrazione qualcosa che rende il risultato specialmente gradevole.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

AMORE E INGANNI. REGIA. WHIT STILLMAN. INTERPRETI: KATE BECKINSALE, CLOE SEVIGNY. DISTRIBUZIONE: ACADEMY TWO. DURATA: 92 MINUTI. 

lunedì 21 novembre 2016

Il cliente

Emad e Rana sono due coniugi obbligati a lasciare il proprio appartamento, in seguito ad un grave danno nel condominio in cui vivono. Si trovano, così, a dover trasferirsi in una nuova casa: nella bisogna, sono aiutati da un collega della compagnia teatrale dove i due recitano da protagonisti, nella “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller. La nuova abitazione, però, ospitava in precedenza una prostituta, situazione che a loro non è stata fatta presente: così che un giorno, a Rana, capita d'aprire la porta - certa che si tratti del marito - a uno dei clienti della donna, il quale la aggredisce. Dopo il trauma, mentre ella è afflitta da paure, Emad si mette in cerca dell’uomo meditando una vendetta privata, nella quale non vuole coinvolgere la consorte e, ovviamente, la polizia...

Dopo la parentesi francese de "Il passato" (2013), Asghar Farhadi ritorna a proporci una vicenda iraniana, ambientata a Teheran. La trovata di far procedere azione teatrale e storia dei personaggi, creando una sorta di specularità gravida di significati, è probabilmente la meno azzeccata del film: nelle parti "di palcoscenico" (nell'incipit, dipoi nel sottofinale), si esprime un'idea dell'individuo solo sulla quinta del mondo che risulta già evidente - e assai più pregante - in quanto egli racconta con le immagini. Avendo inoltre presente che il testo di Arthur Miller mette in scena un tempo di mutazione nella dimensione sociale degli Usa, pel tramite delle vicende familiari del suo protagonista, non è difficile intuire che il nostro allude all'attuale fase storica dell’Iran, alle prese con un cambiamento tanto repentino dal finir col disorientare chi non sia pronto ad adattarvisi.

Se la sospensione fra cinema e teatro pare forzosa, nel narrare la disavventura che tocca in sorte ai protagonisti Farhadi ritrova la propria maestria registica e la sua sensibilità di artista. Qui, alla lettura sociologica si sostituisce la capacità di star sui fatti attraverso una camera che segue i personaggi senza braccarli, li fa vivere senz'ombra di artificio, scava nelle loro reazioni con un'intensità dostoevskiana. Come d'abitudine, il cineasta iraniano tiene fuori campo quello che è comunque comprensibile: la violenza può essere espressa da una stanza vuota, dai suoni di dolore, dalle grida smorzate, o dai tonfi innaturali che si odono. In ciò lontano dalle modalità occidentali, Farhadi lavora, invece, per sottrazione: il suo interesse va tutto alle reazioni di Emad e Rana, la rabbia di lui che si fa via via più scomposta, lo stress di lei che pur non rimuovendo sa che nulla può più essere cambiato. Sino ad un intenso finale, nel quale il carico delle responsabilità si dimostra meno facile  del previsto da suddividere e la pietà fa capolino, pur senza che una seconda tragedia sia evitata. Magari con una minore intensità che nel capolavoro "Una separazione" (2011), la poetica dello spaesamento di Farhadi viene tuttavia enunciata con nitore e potenza, grazie pure ad una coppia di interpreti straordinari (Shahab Hosseini è stato premiato a Cannes, ma uguale riconoscimento avrebbe meritato Taraneh Alidoosti). 
                                                                                                       Francesco Troiano

IL CLIENTE. REGIA: ASGHAR FARHADI. INTERPRETI: SHAHAB HOSSEINI, TARANEH ALIDOOSTI, BABAK KARIMI. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA: 125 MINUTI.


mercoledì 16 novembre 2016

Animali notturni

Susan Morrow, proprietaria di una prestigiosa galleria d'arte di Los Angeles, conduce una vita agiata ma algida col ricco secondo marito Hutton Mortow, che la tradisce sulla East Coast. Il primo, Edward Sheffield, l'ha lasciato in modo assai crudele 19 anni prima: lo riteneva un debole ed un velleitario, con le sue ambizioni da scrittore. Ora, dopo lungo silenzio, lui si fa vivo inviandole il manoscritto del primo romanzo, "Nocturnal Animals", dedicato giusto a lei. Insieme al libro, vi è un biglietto che la esorta a leggerlo, e a chiamarlo durante il suo soggiorno in città. Incuriosita (e, pure, per riempire il vuoto di un lungo week-end da sola),  Helen si cala nella storia di Tony Hastings, bonario pater familias in viaggio per una vacanza nel Texas, assieme alla moglie Laura e alla figlia India. Si parte a tarda ora, in omaggio ai desiderata di quest'ultima (che, per le sue preferenze, viene definita "un animale notturno"). In quelle strade, però, si muovono pure balordi pronti a sconfinare nella provocazione e nella violenza: l'incontro con Ray Marcus e la sua combriccola è destinato a mutare la vita del piccolo nucleo familiare. E anche quella di Susan...

Secondo film da regista dello stilista Tom Ford (dopo "A Single Man", interessante adattamento del bel romanzo omonimo di Christopher Isherwood), "Animali notturni" ha una scena incipitaria che davvero non ci si attenderebbe da un noto esteta: la danza, sfrenata e al ralenti, d'un gruppo di donne obese e per intiero nude (stivali e cappellino da majorettes a parte), in un turbinio di carne molliccia e di sguardi più che ammiccanti. Si tratta, in realtà, di una tra le videoinstallazioni della galleria di Amy: ma è, al tempo stesso, un'indicazione, un presagio sui temi del film, dalla ingannevolezza dello sguardo allo sgomento della scoperta. Adattamento di un noir postmoderno di Austin Wright ("Tony&Susan", da noi uscito per Adelphi), la pellicola si muove fra due piani temporali e fra realtà e visualizzazione delle pagine di Edward: sicché la prospettiva metacinematografica si fa metalinguistica, in una vertigine che avvolge lo spettatore già dal citato, ipnotico inizio.

"Animali notturni" è la notomizzazione feroce d'un matrimonio fondato sulle apparenze, una riflessione aguzza e penetrante sul rapporto fra arte e vita, un'indagine sulla ferita sempre purulenta del rimosso. In questa difficile operazione, Ford si muove con l'eleganza di un couturier e la lucidità d'un intellettuale: il passaggio fra tempi, luoghi, azioni differenti è ottenuto con straordinaria fluidità, pel tramite d'immagini indelebili - l'apparizione repentina di un'inquietante figura dallo schermo di un phablet, il ritrovamento di due cadaveri femminili nudi sopra un divano rosso in mezzo al nulla - e d'una sceneggiatura - firmata da Ford medesimo - lavorata finemente di bulino. Con un senso della struttura e della suspense che sarebbe piaciuto a Hitchcock, attraverso la sapiente costruzione di atmosfere lynchiane, il film mette in scena l'unheimlich freudiano con chirurgica precisione e un'esattezza che si ferma sull'orlo della pietas. "Non ci sono secondi tempi nelle vite americane", ammoniva Scott Fitzgerald: ne pare consapevole, la protagonista (una superba Amy Adams, alla quale Jake Gyllenhaal dà la replica con autorevolezza), quando nel finale si trova, da sola, ad aspettare un incontro che smentisca l'oroscopo. In un ristorante di lusso, fra camerieri compitissimi ed atmosfera elegante: la fotografia della vita che ha scelto. E che non si lascia abbandonare.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

ANIMALI NOTTURNI. REGIA: TOM FORD. INTERPRETI: JAKE GYLLENHAAL, AMY ADAMS. DISTRIBUZIONE: UNIVERSAL. DURATA: 117 MINUTI.



mercoledì 9 novembre 2016

Fai bei sogni

Dopo un'infanzia solitaria e un'adolescenza difficile, Massimo è divenuto un giornalista di successo ma, ancora, incapace di elaborare, di convivere con un ricordo lacerante: la perdita della madre in tenera età. Dolce, giovane e bella, sovente però afflitta da repentina malinconia, da improvvise assenze, ella usciva di scena in modo inatteso, la mattina del 31 dicembre 1969. Un attacco cardiaco fulminante, la versione ufficiale per il bambino di 9 anni: figlio unico di colpo piombato in uno stato d'orfanità dolorosa, poco o nulla aiutato da un padre annichilito emotivamente e imprigionato nel proprio ruolo. Ciò porta Massimo ad idealizzare la genitrice, di lei facendo la figura più importante della propria vita, sino al punto da non riuscire a stabilire delle relazioni sentimentali solide una volta adulto. Il disagio interiore, per anni tenuto sotto controllo, si manifesta durante una trasferta professionale nella forma d'un attacco di panico: inizia così un viaggio a ritroso, ove egli si trova a confrontarsi coi fantasmi del passato e d'una verità che forse  ha voluto celare a se medesimo...

Molto spesso, Bellocchio ha tratto ispirazione, per le proprie pellicole, da fonti letterarie: Cechov per "Il gabbiano", Pirandello per "Enrico IV" e "La balia", Kleist per "Il principe di Homburg", i primi titoli a venire alla mente. Stavolta, la scaturigine è l'esordio nel romanzo di Massimo Gramellini (giornalista de "La Stampa"): best-seller da subito, "Fai bei sogni" è narrazione dichiaratamente autobiografica, scritta in un linguaggio piano e accessibile, con una struttura da thriller dell'anima (una parola, quest'ultima, di grande importanza per l'autore; priva, invece, di cittadinanza nel laico universo del cineasta piacentino). Poco di male, direte voi: il regista probabilmente più grande della storia del cinema, Stanley Kubrick, si è sempre confrontato con narratori di statura intellettuale inferiore alla sua (tranne che in un caso, quello del Nabokov di "Lolita"), con risultati ogni volta superlativi.

Il problema è che il punto di partenza può essere ignorato sino ad una certa soglia: laddove la materia è quella che è, persino le migliori intenzioni rischiano di essere punite. E' così che "Fai bei sogni" finisce per contenere due film in uno: il primo, quello che precede l'approdo all'età adulta del protagonista, è di chiara matrice bellocchiana, con la famiglia, il disagio psichico, l'approccio alla Chiesa, i salti nel vuoto, la morte; il secondo, che si muove tra gli amori e le vicende professionali di Massimo, è prevedibile e, a tratti, goffo (si veda la scena del ballo, o quella della trasferta a Sarajevo). Qui - malgrado l'appassionata mediazione di un sempre più bravo Valerio Mastandrea - la trama perde colpi, si fa confusa e scentrata. Resta positivo, comunque, il bilancio finale: anche per merito di straordinarie caratterizzazioni (superbo Roberto Herlitzka nei panni di un ambiguo religioso, e folgorante l'apparizione di Piera Degli Esposti) e di una maestria nell'uso della macchina da presa che ha pochi uguali. Da "I pugni in tasca", sino a oggi.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

FAI BEI SOGNI. REGIA: MARCO BELLOCCHIO. INTERPRETI: VALERIO MASTANDREA, BERENICE BEJO. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 113 MINUTI.    

martedì 1 novembre 2016

La ragazza del treno

Depressa e alcolizzata, Rachel Watson non ha superato il divorzio dal marito Tom, che s'è risposato con Anna: per far trascorrere le giornate, dopo aver perduto il lavoro, prende sempre il medesimo treno da e per Manhattan, guardando fuori dal finestrino. Lo fa per rivedere la casa che, un tempo, divideva con il consorte e dove egli continua a vivere con la nuova compagna: ma si è, pure, identificata con quella che lei ritiene una sorta di coppia perfetta, composta da Scott e da Megan Hipwell, dei quali nascostamente sbircia l'esistenza. Quando Megan scompare misteriosamente, Rachel comincia una indagine personale, fingendo di essere un'amica. Ma l'alcolismo le provoca dei lunghi black out, per cui nessuno le crede; al punto che la polizia, già messa in allerta dal fatto che ella perseguita l'ex-coniuge, inizia a sospettarla. E, d'altra parte, neppure lei è tanto sicura di essere innocente...

15 milioni di copie vendute, 600mila solo in Italia. Sono i numeri de "La ragazza del treno", bestseller dell'anno firmato dall'ex-giornalista inglese Paula Hawkins, nativa dello Zimbabwe, residente a Londra: a differenza di quanto fatto da Gillian Flynn, autrice de "L'amore bugiardo" e pure della sceneggiatura del film che David Fincher ne ha tratto, la nostra ha preferito passare la mano. Dietro la macchina da presa dell'inevitabile trasposizione cinematografica troviamo stavolta Tate Taylor, reduce dal successo al botteghino di "The Help" (200 milioni di dollari): "La ragazza del treno", ha dichiarato, "sotto la superficie del thriller, è quello che in letteratura chiamiamo uno studio del carattere, perché la personalità dei personaggi è importante almeno quanto la trama. Tratta di sentimenti primari quali dolore, perdita, amore, dipendenza, manipolazione".

Spostata l'azione dalla periferia di Londra a New York, la sceneggiatura di Erin Cressida Wilson mette in scena una sorta di dramma femminista, con tre personaggi muliebri così forti da relegare gli uomini in posizioni secondarie. Il punto di riferimento che viene subito alla mente è, ovviamente, "La finestra sul cortile" di Hitchcock: tuttavia, Tate Taylor sostiene di aver avuto presente solo "Omicidio a luci rosse" di Brian De Palma, dato che il personaggio di Melanie Griffith - ragazza di provincia che lavorava da pornostar - aveva una sensibilità affine a quella di Megan, entrambe in cerca di rassicurazione tramite il sesso. Ambientato, come di rado le pellicole di suspense, di giorno, e con le scene che hanno al centro Rachel girate a mano, per sottolineare la periclitante attendibilità dei ricordi di colei che è voce narrante, "La ragazza del treno" è un prodotto che non manca d'efficacia: lo spettatore vi troverà, probabilmente, soddisfatte le proprie aspettative, nonostante la finezza e l'eleganza della pagina scritta vadano in buona misura "lost in translation". Tra gli atout, un cast di attori credibile ed efficace: lo capitana Emily Blunt, che - segnata da una truccatura au contraire, volta a sottolineare occhiaie e capillari, con tanto di protesi a gonfiare le guance - fornisce una prestazione eccellente; forse la migliore della sua carriera, a sottolinearne le qualità d'attrice di razza.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

LA RAGAZZA DEL TRENO. REGIA: TATE TAYLOR. INTERPRETI: EMILY BLUNT, LUKE EVANS, HALEY BENNETT, REBECCA FERGUSON, JUSTIN THEROUX. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 111 MINUTI.   


martedì 25 ottobre 2016

La ragazza senza nome

Jenny Davin è una giovane dottoressa assai considerata, tanto che un primario ospedale le ha proposto un importante incarico. Nel frattempo, gestisce il suo ambulatorio di medico condotto in cui ha accolto Julien, studente in medicina stagista. Una sera, un'ora dopo la chiusura, qualcuno suona al campanello e lei sceglie di non aprire. Il giorno seguente, scoprirà che una donna africana è stata trovata, cadavere, nelle vicinanze: è per questo che la polizia chiede di visionare la registrazione del video di sorveglianza dello studio. Si tratta proprio di colei alla quale Jenny non ha voluto rispondere. Sul corpo non v'è traccia di documenti: a questo punto, il senso di colpa conduce Jenny ad una ricerca ossessiva dell'identità della vittima...

I fratelli Dardenne concepiscono questo loro decimo lavoro - in concorso alla più recente edizione del festival di Cannes - come una specie di detection, tanto che in un primo momento s'eran risolti ad eleggere a protagonista un poliziotto. Poi la scelta s'è spostata sulla dottoressa, lungo una duplice pista: perché se è vero che ella s'ingegna a scoprire chi sia la ragazza ignota, quasi si sentisse in dovere di ripagarla pel suo disinteresse fornendole una riconoscibilità, allo stesso modo lei per lo spettatore è una sconosciuta, dato che nulla vien detto dei suoi trascorsi professionali o privati. 

Ovviamente, il personaggio di Jenny risulta, a ben guardare, apparentato ad altri dell'universo dei Dardenne, ad iniziare da quelli de "La promesse" (1996), dove pure era questione di risarcire una morte. Gli intenti dei due registi belgi restano sempre gli stessi: raccontare come la realtà sia imprevedibile, e come sempre differente sia il proprio effetto sugli esseri umani. Qui più che altrove, inoltre, la macchina da presa scruta il reale facendo scaturire il dramma e la successiva presa di coscienza attraverso i corpi, gli oggetti e le azioni delle "dramatis personae", con un rigore rosselliniano. Come in "Still Life" (2012) di Uberto Pasolini, ci troviamo davanti a una ricerca d'identità per un corpo che non trova alcuno pronto a fornirgliene una e che - per dirla con la dottoressa - "non è morto se continua ad agire nel nostro pensiero". Diversamente che in passato, i nostri affidano per la seconda volta la parte principale ad un'attrice nota in Francia: se in "Due giorni, due notti" la prescelta era Marion Cotillard, qui si ricorre ad Adèle Haenel (già vincitrice di due César). In entrambi i casi, l'intuizione s'è rivelata felice: nella fattispecie, l'interprete di "The Fighters" (2015) rende toccante l'anelito alla redenzione che guida le azioni di Jenny, facendo trepidare gli spettatori.


LA RAGAZZA SENZA NOME. REGIA: JEN-PIERRE E LUC DARDENNE. INTERPRETI: ADELE HAENEL, OLIVIER BONNAUD, JEREMIE RENIER. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 106 MINUTI.