lunedì 30 maggio 2016

The Nice Guys

Los Angeles, 1977. Il detective privato Holland March, spiccata predilezione per l'alcol nonché genitore single della tredicenne Holly, riceve l'incarico d'indagare sulla morte della pornostar Mysty Mountains, precipitata con la sua automobile giù da una collina. Nello svolgimento di tale incarico, s'imbatte in un suo collega, Jackson Healy, al quale si è rivolta Amelia Kutner, pure lei attrice porno (oltre che figlia del capo del Dipartimento di Giustizia della California): tre giorni prima le hanno ucciso il fidanzato, regista sperimentale andato a fuoco in casa insieme alle proprie pellicole. Maldestri ma, paradossalmente, ben assortiti, i due si trovano alle prese con un complesso intrigo che vede in scena sia l'industria dell'auto - alla ricerca di nuovi modelli in seguito alla crisi energetica - sia quella della pornografia in celluloide... 


La vicenda personale e professionale di Shane Black è atipica, e vale la pena di essere raccontata. A soli ventitrè anni, vendendo per 250.000 dollari la sceneggiatura di "Arma letale" - che avrebbe avuto un enorme successo e ben tre sequel, trasformando inoltre Mel Gibson in divo alla fine degli anni '80 - il nostro era divenuto uno sceneggiatore star, come il collega Joe Eszterhas (quello di "Basic Istinct"). Di poi, al nostro sarebbero stati pagati 1.750.000 dollari per lo script de "L'ultimo boy scout", 1 milione per la mera riscrittura di "Last Action Hero" con Arnold Schwarzenegger nel 1993, infine la bellezza di 4 milioni per "Spy" con Geena Davis, tre anni più tardi. Roso dal senso di colpa per avere guadagnato cifre tanto rutilanti essendosi dato al commercio piuttosto che all'arte, Black finisce preda di un blocco dello scrittore destinato a durare due lustri. Il ritorno lo segna il suo esordio dietro la macchina da presa con l'adrenalinico neonoir "Kiss Kiss Bang Bang" (2005), omaggio ai B-movies noir degli anni '40 e '50, divenuto subito oggetto di culto ed interpretato da Val Kilmer e Robert Downey Jr. Proprio quest'ultimo, nel 2011, porta Black alla Marvel per fargli dirigere "Iron Man 3" che diventa - con 1,2 miliardi di dollari d'incasso - il maggior successo di un titolo Marvel con un solo supereroe. E' a questo punto che egli può rispolverare lo script di "The Nice Guys", scritto 15 anni prima assieme ad Anthony Bagarozzi, cioè al tempo in cui egli era in disgrazia presso i produttori.




Buddy Movie sui generis, adrenalinico e survoltato ma pure intinto nell'ironia, "The Nice Guys" racconta di "quando l'America ha corrotto il suo futuro" (Black dixit): in particolare, muovendosi nella temperie dei '70, il regista s'addentra nel periodo in cui venne avviata la crescita orizzontale della città degli angeli, velocizzata dagli interessi dei costruttori e dalla corruzione di alti funzionari della pianificazione, che ebbero l'effetto di distruggerne l'ecosistema agricolo e collinare. Assai fidando nella suspension of disbelief (il personaggio di Gosling ha l'invulnerabilità d'un eroe dei cartoon), tra dialoghi scintillanti e scene d'azione travolgenti, il film non lascia un attimo per annoiarsi allo spettatore, nel corso delle sue due ore. Se Gosling è una dinamo, Crowe ha una sorprendente padronanza dei tempi comici: il duo fa scintille, al punto che non ci sorprenderemmo se fosse nata una nuova coppia ed una nuova serie. Un divertimento di gran classe, in definitiva, tuttavia contenente parentesi di critica sociale e politica che pungono non poco: contributi tecnici di prim'ordine, infine, con un'attenzione al décor ch'è gioia per gli occhi.



THE NICE GUYS. REGIA: SHANE BLACK. INTERPRETI: RYAN GOSLING, RUSSELL CROWE, ANGOURIE RICE, MATT BOMER, MARGARET QUALLEY, KIM BASINGER. DISTRIBUZIONE: LUCKY RED. DURATA: 116 MINUTI.

martedì 24 maggio 2016

Julieta

Nel 2003 Antia, la figlia di Julieta e Xoan, compie 18 anni, è maggiorenne e decide di recarsi in ritiro spirituale nei Pirenei aragonesi per tre mesi. Julieta è disperata all'idea di separarsi dalla propria figliola, dalla quale sino ad allora non si era mai allontanata. Quando la va a riprendere, al termine del periodo, apprende con costernazione che Antia ha scelto di costruirsi un'esistenza di cui lei non farà parte. Dopo non avere avuto sue notizie per anni, Julieta distrugge ogni ricordo materiale, e cambia casa: desidera seppellirne la memoria, in modo che nessun oggetto e nessun luogo possa più ricordargliela. Trascorre ancora altro tempo: al suo destino di volontario martirio giunge a sottrarla Lorenzo, una persona gentile ed affettuosa che diviene il compagno di una nuova, auspicata stagione. E' in questa prospettiva che ella prepara i bagagli per trasferirsi in Portogallo con lui, lasciare definitivamente la Spagna, tagliare i ponti con il passato. Ma un incontro fortuito in strada con Bea, amica del cuore di Antia nell'adolescenza, la spinge a cambiare i piani: Antia vive sul lago di Como, ha tre figli, è molto cambiata. E' l'inizio di una straziante resa dei conti col rimosso, affidato alla scrittura dato che non è possibile parlare con la figlia...

Render conto della trama di "Julieta", il più bel film di Almodovar dall'epoca di "Volver", è difficile: e non tanto per le modalità della narrazione, che va avanti e indietro nel tempo, con due differenti attrici -  Adriana Ugarte per la giovinezza, Emma Suarez per la maturità: entrambe meravigliose - a ricoprire la parte della protagonista. No, il problema è un altro: la pellicola vive di un succedersi di emozioni, rese dal regista manchego con un tocco impossibile da rendere a parole. Si prenda la prima inquadratura, in apparenza un sipario rosso scarlatto: lentamente l'immagine si anima, è l'abito di Julieta che palpita al battito del suo cuore. La stessa cosa si dica per l'incipit: un viaggio in treno diviene per il personaggio centrale l'occasione di avere contatto con la morte (il suicidio d'un passeggero col quale s'è rifiutata di fare conversazione) e la vita (l'inseminazione da parte di un uomo appena conosciuto, dipoi destinato a diventare suo marito, Xoan).

Le parole di chi scrive non rendono, si diceva. Son quelle delle figure che si muovono nel film, a essere indimenticabili: quelle che Julieta mette su carta per rendersi conto di dove abbia sbagliato. Partendo da tre racconti di Alice Munro tratti dalla raccolta "In fuga" (si tratta di "Fatalità", "Fra poco" e "Silenzio", che in un primo momento avrebbe dovuto essere il titolo del film), Almodovar dà vita ad un complesso labirinto di passioni, al centro del quale c'è una donna che si chiede: cosa ho fatto di male per meritarmi questo? Insomma, le tematiche del cineasta iberico ci sono tutte, sin dai titoli dei lavori precedenti: ma è lo sguardo, ad esser inedito. Il nostro ha dichiarato di voler fare "un drama seco, non un almodramma": in realtà, "Julieta" è una tragedia, dato che è dominata dall'immanenza del fato (alla fine, si conteranno sei morti, ciascuna destinata ad avere forti echi).

E' la vita che stavolta va in scena, senza abbellimenti né fronzoli: nulla ci è concesso, tutto il dolore vien raccontato a ciglio asciutto, l'esazione della lacrima non è richiesta allo spettatore, cui peraltro son negati pure gli alleggerimenti - le canzoni, gli arredi, l'esplodere dei colori - di un cinema che pareva non poter farne a meno. Si veda la suprema semplicità con cui è introdotto il cambio di stagione di Julieta: vittima della depressione, sta avvolta in un ampio asciugamano che, quando s'apre, fa apparire la matura Suarez al posto della giovane Ugarte. O la sequenza nella quale Julieta incontra la messaggera della sparizione della figlia (una donna in possesso di "una ostilità giocosa ma implacabile", la definisce la Munro), in un confronto che d'un lampo assume una durezza petrea. E appunto come nella tragedia un atto crudele del fato aprirà lo spiraglio di una riconciliazione ipotetica: tuttavia, noi non lo sapremo mai. Julieta dice soltanto: non le chiederò niente. Chavela Vargas canta con struggimento: "si no te vas, te voy a dar mi vida". Se non te ne vai, ti dò la mia vita. Titoli di coda, fine.
                                                                                                                                     Francesco Troiano

JULIETA. REGIA: PEDRO ALMODOVAR. INTERPRETI: EMMA SUAREZ, ADRIANA UGARTE, IMMA CUESTA, MICHELLE JENNER, ROSSY DE PALMA, DANIEL GRAO, DARIO GRANDINETTI. DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 98 MINUTI.

lunedì 16 maggio 2016

La pazza gioia

A Villa Biondi, comunità terapeutica immersa nella quiete e nel verde del paesaggio toscano, figurano tra le ospiti due donne che più differenti non potrebbero essere: Beatrice Morandini Valdirana è nata bene, viziata, esuberante, istrionica e possiede tutti i tratti della mitomane dalla loquela inarrestabile. Di contro, Donatella Morelli è una giovane madre dalle origini modeste, ferita a morte dalla vita, insicura e silenziosa, resa vieppiù fragile dal fatto che le è stato tolto il figlio per darlo in adozione. Impossibilitate a uscire, dato che entrambe sono divenute oggetto di sentenza da parte d'un tribunale e che debbono sottostare a una terapia di recupero, un giorno - profittando di un caso fortunato - riescono a sgusciare fuori dal reclusorio: ebbre della libertà agognata a lungo, s'impossessano di un'automobile e decidono di prendersi una vacanza...


Avevamo lasciato Paolo Virzì, tre anni fa, sprofondato tra le nebbie del Nord ove aveva ambientato "Il capitale umano": lo ritroviamo ora nella sua Toscana, tra Montecatini e la Versilia, alla direzione d'una commedia nei propri canoni, una sorta di road movie che incarna in due personaggi diversità di classe e di psicologie. Con la preziosa collaborazione di Francesca Archibugi alla scrittura, ne "La pazza gioia" il cineasta livornese mescola abilmente ironia, buonumore e dramma, com'è parte della tradizione della migliore commedia italiana. Si sa che egli non ama sentirsi definire l'ultimo erede di quella stagione del cinema nostrano: in un certo senso ha ragione, i pur grandi Risi e Monicelli non avevano il suo amore per i personaggi e mostravano un fondo di cinismo, che a Virzì non appartiene. Piuttosto, il riferimento calzante potrebbe essere a Pietrangeli, col quale condivide il talento per la descrizione di protagoniste femminili, l'interesse per le figure ai margini, lo spleen agrodolce. 


Picaresco e coinvolgente, elettrizzante e malinconico, "La pazza gioia" richiama già dal titolo e dalla ambientazione il suo film d'esordio, "La bella vita" (1994): al punto che al Seven Apples - la discoteca di Marina di Pietrasanta dov'è ambientata una scena tra le più dense - ci s'aspetterebbe di veder apparire Gerry Fumo, il cialtrone interpretato da Massimo Ghini. E c'è, poi, questa sorprendente capacità del nostro di descriver la Toscana come la West Coast, con le sue mitologie e la sua meschinità ("le ville nobili sono intorno a Lucca, la botanica intorno a Pistoia, le vacanze dei ricchi all'Argentario, le balere miserabili e licenziose a Lido di Camaiore, i tentativi di suicidio dai ponti sulla costa del Romito"): è tra le cose più riuscite della pellicola, l'interazione tra caratteri e sfondi. Dei due registri tra i quali la storia si muove, quello ironico trova in Valeria Bruni Tedeschi una strepitosa mediazione, la ricca invadente e logorroica in fuga dal proprio mondo (è lecito immaginare una qualche sottolineatura autobiografica); il versante drammatico è coperto da Micaela Ramazzotti con non inferiore bravura, ostacolata a volte da un di più di svolte narrative forzate: fino ad uno scioglimento nel quale, tuttavia, viene azzeccato il tono. Del citato Pietrangeli, non c'è la crudeltà di capolavori quali "La visita" (1963) e "Io la conoscevo bene" (1965): ma forse non serve, è così bella la commozione che scaturisce in sottofinale, con Donatella e Beatrice che scoprono d'esser fondamentali l'una per l'altra. Scalda il cuore; e non capita di frequente. 


                                                                                                                                     Francesco Troiano



LA PAZZA GIOIA. REGIA: PAOLO VIRZI'. INTERPRETI: VALERIA BRUNI TEDESCHI, MICAELA RAMAZZOTTI. DISTRIBUZIONE: 01. DURATA: 116 MINUTI.

giovedì 12 maggio 2016

Money Monster

Lee Gates è conduttore di uno show televisivo che irradia consigli sul come investire al meglio i propri soldi, all'insegna dello slogan "chi nulla rischia, nulla guadagna": il tutto si svolge in un clima sgraziato e chiassoso, infarcito di siparietti con ballerine in paillettes e di jingle che non evitano il volgare. Dei danni che una simile trasmissione può apportare, a Gates importa ben poco o, comunque, non ne ha alcuna consapevolezza. Almeno finché un giovane investitore, Kyle Budwell, che ha perso ogni proprio avere, irrompe in diretta, s'insedia nello studio e gli punta una pistola alla testa, obbligandolo ad indossare un gilet imbottito di esplosivo. A Patty Fenn, la responsabile dello show, non resta che tenere i nervi saldi per cercare di salvare la vita di tutti coloro che son presenti per le riprese, oltre alla propria ed a quella di Lee: ma, sotto l'accusa di corruzione lanciata da Budwell, si cela un intrigo e il marcio non verrebbe a galla, se i reporter non si mettessero al lavoro con puntiglio e serietà...


E' trascorso un lustro dall'ultima pellicola diretta da Jodie Foster, quel "Mr.Beaver" male accolto dal pubblico (malgrado possa vantare la miglior prova d'interprete di Mel Gibson, che all'epoca però stava passando un momento assai difficile), probabilmente per il malessere intergenerazionale che bene intercettava e il radicale pessimismo di cui era intriso. Si trattava, in ogni caso, di un'opera atipica e sensibile, come già lo erano state "Il mio piccolo genio" (1991), incentrato su un bambino prodigio e con palesi sottolineature autobiografiche, e "A casa per le vacanze" (1995), ritratto di famiglia in un interno ricco di chiaroscuri e caratterizzato da una superba direzione degli attori.



Stavolta la cineasta losangelina muta registro, affrontando il thriller in un contesto assai particolare. Il modello stilistico di "Money Monster" va ricercato in talune pellicole di Sidney Lumet, a principiare da "Quel pomeriggio di un giorno da cani" (1975) e "Quarto potere" (1976), lo svolgimento e le tematiche delle quali sembrano quasi venire qui ibridate: ma è assai probabile che la nostra si sia pure ricordata, per l'occasione, della sua esperienza da attrice con Spike Lee per il formidabile "Inside Man" (2006). Non tutto fila liscio, intendiamoci: la vicenda, una volta impostata, diviene troppo statica (e gag come quella della pomata dall'effetto erettile non si capisce come abbiano passato il montaggio), ma il caos da big carnival che si crea attorno alla situazione è credibile e ben gestito; inoltre, la riflessione di fondo - l'unico modo per ottenere del buon giornalismo investigativo è minacciare con un'arma chi dovrebbe farlo - è pungente, con annotazioni sui media che lasciano il segno. Se l'amalgama funziona, tuttavia, lo si deve pure ad una coppia di attori in gran forma: George Clooney è superlativo nel fare trascorrere il proprio personaggio dalla strafottente clownerie dell'inizio alla consapevolezza del finale; e gli risponde con autorità una Julia Roberts che, col trascorrere degli anni, affina sempre di più la propria sapienza recitativa. 



MONEY MONSTER. REGIA: JODIE FOSTER. INTERPRETI: GEORGE CLOONEY, JULIA ROBERTS, JACK O'CONNELL. DISTRIBUZIONE: WARNER. DURATA: 98 MINUTI.



lunedì 2 maggio 2016

Al di là delle montagne

Fenyang, 1999. La Cina si avvicina con entusiasmo al XXI° secolo e alla restituzione di Macao, ultima delle colonie portoghesi in Asia. Mentre il Paese si prepara a riprendere la propria sovranità, Tao, una giovane donna del posto, è contesa tra due uomini:  Zhang, proprietario di una stazione di servizio e d'una scintillante macchina rossa, con grandi progetti; e Lianzi, mite e gentile minatore, contento anche solo di starle accanto. Tao si barcamena fino a quando può, tra una corsa in automobile ed un piatto di ravioli al vapore, dipoi è costretta a prendere una decisione: sceglie Zhang e getta nella disperazione Lianzi, che lascia per sempre sia la propria casa sia la città. Tre lustri più tardi, Tao è divorziata e sola: Zhang ha abbandonato lei e Fenyang, conducendo il figlioletto nato dalla loro unione prima a Shangai, successivamente in Australia, ove gli fa frequentare le migliori scuole. Lianzi, che viveva a Pechino con un'altra donna, si è ammalato di cancro e ritorna nel luogo natale. Infine, nel 2025, Dollar (così il cinico Zhang ha voluto chiamare il suo erede), incapace di parlare la madrelingua ed obbligato a comunicare con il padre solo tramite Google Translate, decide di recarsi dalla madre, che non vede dall'età di sette anni; e, in qualche modo, riappropriarsi delle proprie radici...


"Al di là delle montagne", ultima fatica cinematografica di Jia Zhang-ke (già autore, nel 2006, del capo d'opera "Still Life", vincitore del Leone d'Oro a Venezia, e del potente "Il tocco del peccato", premio per la sceneggiatura a Cannes 2013), principia con una sequenza travolgente: mentre i draghi del folklore popolare sfilano nelle strade per festeggiare il capodanno, in discoteca i giovani del luogo ballano sulle note di "Go West" dei Pet Shop Boys. Il tutto, pare quasi la metafora d'una nazione carica d'entusiasmi, che si affaccia al nuovo millennio con un'economia che fila come un treno ed una frenesia per i beni di consumo che dilaga senza argini. Se il cinema precedente del regista, di certo il più dotato della sesta generazione, anticipava l'assorbimento dell'individuo nella struttura capitalista, "Al di là delle montagne" alfine mostra l'avvenuto fenomeno, dispiegandolo lungo un asse temporale che contempla il passato, il presente ed il futuro.




Laddove il gigantismo del cantiere di "Still Life" - straordinario nel muoversi con destrezza funambolica tra documentario e fiction -  portava a conseguenze enormi, qui Jia Zhangke affronta le conseguenze dei mutamenti economici sull'esistenza degli individui, sui loro rapporti amorosi e familiari, sull'identità personale e nazionale. S'affida, per l'occasione, alla forma narrativa del melodramma, ambientandolo ancora una volta a Fenyang, sua città natale e punto d'ancoraggio estetico e sociale del proprio fare cinema. L'arrivo del denaro, il progresso tecnologico, la smania di arricchirsi ad ogni costo si sono già incuneati nel cuore della gente: ne hanno mutato i valori, ne guidano i destini. E' la figura di Zhang la più emblematica del film: il personaggio che, roso dal desiderio di essere qualcuno, perde la patria, l'identità - malgrado si ostini a non imparare l'inglese -  ed ogni possibilità di contatto col figlio. Lianzi lascia sul piatto il lavoro e la salute; Tao continua a far ravioli e a rendere omaggio alla tradizione dopo aver patito il fascino del benessere; Dollar cerca nell'insegnante una criptomamma verso la quale non sa che sentimenti provare. Ricco di soluzioni formali sorprendenti, ad esempio quella d'adoprare tre formati diversi (classico, panoramico e scope) a distinguer le stagioni differenti, "Al di là delle montagne" è di sicuro la pellicola più accessibile del cineasta cinese, ma pure una tra le sue maggiormente intense e riuscite. Parte del merito va alla superba interpretazione di Zhao Tao, compagna e musa del nostro, che resta nella memoria sia nei panni della incontenibile ragazza di provincia entusiasta e curiosa del futuro che l'attende, sia in quelli della donna segnata dagli anni e dalla disillusione. Malinconica, sì, ma tuttavia disposta ad improvvisare qualche passo di danza mentre il suo pensiero corre ad una canzone che, un tempo, le era parsa promessa di felicità.

                                                                                                                                     Francesco Troiano


AL DI LA' DELLE MONTAGNE. REGIA: JIA ZHANG-KE. INTERPRETI: ZHAO TAO, ZHANG YI, LIANG JINGDONG, DONG ZIJIANG, SYLVIA CHANG. DISTRIBUZIONE: BIM. DURATA: 131 MINUTI. 


  


martedì 26 aprile 2016

Lo stato contro Fritz Bauer

Francoforte, fine anni '50. Fritz Bauer, procuratore generale di origini ebree, socialdemocratico, con dei trascorsi omosessuali, si batte per perseguire i criminali nazisti rimasti impuniti, in un periodo nel quale la Germania inseguiva il benessere e voleva non ricordare il passato. Nel corso della propria caccia, il nostro apprende che Adolf Eichmann, ex-tenente colonnello delle SS responsabile della deportazione di massa degli ebrei, vive sotto falso nome a Buenos Aires. L'impresa di riportarlo in patria per venire processato si rivela, però, assai improba perché ostacolata da quella parte dei poteri - dalla politica alla magistratura, dai servizi segreti alla polizia - in mano a degli ex-nazisti formalmente convertitisi al verbo della democrazia. Non potendo fidarsi della nomenclatura del proprio paese, Bauer - divenuto oggetto di minacce e bersaglio di depistaggi - ne organizza la cattura da parte del Mossad israeliano con l'aiuto d'un giovane procuratore, commettendo così il reato di alto tradimento...


Cominciano a esser molte le pellicole che ricostruiscono la realtà del passato, incursioni nella memoria che raccontano storie vere dentro i canoni del thriller o del noir. Apripista, probabilmente, è stato "Le vite degli altri" (2006), nel quale l'incubo di vivere nella DDR sotto l'occhiuto controllo della famigerata polizia segreta, la Stasi, era stato reso magistralmente. Per arrivare all'oggi, è da poco transitato nelle sale "Il labirinto del silenzio", del regista di origini italiane Giulio Ricciarelli, culminante nel processo di Auschwitz del 1963, il primo tedesco ai nazisti, istruito giusto da Fritz Bauer - che nella fattispecie però non è il protagonista - dopo ricerche protrattesi per anni.



L'approccio scelto dal regista Lars Kraume - nato a Chieti, ma cresciuto a Francoforte sul Meno - per "Lo stato contro Fritz Bauer" è tradizionale: d'impianto e di narrazione classica, il film trova la propria forza nell'interesse storico del soggetto e nell'interpretazione di Burghart Klaussner, che veste i panni di Bauer. A parte la somiglianza fisica, l'attore dipinge con maestria il ritratto d'un personaggio dai tratti burberi, a volte di tagliente ironia, ma di elevata statura morale, tenace ed intelligente. Il rapporto del protagonista - affettuoso, ma solo professionale - con il giovane procuratore, anch'egli omosessuale e innamorato d'un travestito star in un cabaret, è delineato con gran delicatezza: l'anziano superiore si limita a dirgli che deve lasciar perdere, "perché il prezzo da pagare è molto alto" (nella RFT, all'epoca, il paragrafo 175 del codice civile considerava "le pratiche lascive" tra uomini un reato, da scontare con il carcere). All'apparenza notarile, lo stile registico è, di contro, assolutamente adeguato alla materia, rendendo a meraviglia il grigiore e la mediocrità della stagione adenaueriana, tutt'uno con il desiderio d'oblio di una nazione incapace d'affrontare i sensi di colpa. Nel vedere l'anziano procuratore ed il suo volenteroso assistente chini sulle carte, determinati nel perseguire i propri obiettivi, tuttavia consapevoli di fare in primo luogo il proprio dovere, non si può che concludere con Brecht: "Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi".

                                                                                                                                     Francesco Troiano


LO STATO CONTRO FRITZ BAUER. REGIA: LARS KRAUME. INTERPRETI: BURGHART KLAUSSNER, RONALD ZEHRFELD, ROBERT ATZORN. DISTRIBUZIONE: CINEMA. DURATA: 105 MINUTI. 

domenica 17 aprile 2016

Truman

Julian, attore argentino che vive e lavora da lungo tempo a Madrid, è affetto da un cancro che sembra refrattario ad ogni trattamento: persino l'esito della chemioterapia non ha soddisfatto il paziente. Il suo miglior amico Tomas, madrileno trasferitosi in Canada, affronta un lungo viaggio per portare conforto al sodale. Egli ha solo quattro giorni da trascorrere con Julian, ed è consapevole che a quest'ultimo resta ben poco tempo da vivere: entrambi, tuttavia, non si piegano alle logiche dell'addio, preferendo invece entrare assieme in quella specie di spaesamento che sempre precede la dipartita, e che necessita pure di decisioni pratiche non ulteriormente rinviabili. Una su tutte è di grande difficoltà per il morituro: riguarda Truman, il proprio adorato cane, per il quale andrà trovata una soddisfacente sistemazione, dato che il suo padrone non potrà più occuparsene. E persino in ciò, Tomas non lascerà nelle ambasce l'amico di una vita, costi quel che costi...

Presentato al Festival di Toronto, "Truman" è un film difficilmente definibile. Non che manchino esempi di pellicole sull'elaborazione della scomparsa: da "Love Story" (1970) di Arthur Hiller a "Quel fantastico peggior anno della mia vita" (2015) di Alfonso Gomez-Rejon, passando per "L'amore che resta" (2011) di Gus Van Sant, "50 e 50" (2011) di Jonathan Levine e "Colpa delle stelle" (2014) di John Boone, l'elenco potrebbe essere lungo. Quello che rende la fatica di Cesc Gay diversa da tutti e, in qualche modo, memorabile, è il tono, che qui davvero fa la canzone. Raccontare gli ultimi giorni di un uomo senza pietismo o retorica dei sentimenti è impresa titanica, però il regista spagnolo va in souplesse, commuovendoci profondamente e facendoci sorridere, nonché riflettere sull'amicizia e sull'importanza degli affetti (la figura di Truman, il bullmastiff che pare comprendere quanto sta succedendo, è una trovata straordinaria). Inoltre, senza darlo a vedere, la pellicola è una riflessione su quanto l'imminenza della fine cambi l'ordine delle nostre priorità: l'estroso e bohémien Julien - separato, un figlio, una vita piena e un po' spregiudicata, vissuta all'insegna della leggerezza - scopre in sé le doti del pragmatismo e della responsabilità, un tempo appannaggio esclusivo di Tomas; ed il secondo, girovagando per la città insieme all'amico, si scopre duttile e disposto a piccole eccentricità, nel corso delle varie avventure urbane che affronta. 


Cesc Gay racconta la vicenda di Truman con eguale onestà e franchezza, dando vita a un gruppetto di caratteri credibili e che non si può fare a meno di amare: al punto che separarsi da loro sarà arduo per lo spettatore, quanto lo è per Tomas staccarsi da Julian, e viceversa. La sceneggiatura non cede di una virgola alle tentazioni della furbizia, non si dedica alla facile e fruttuosa esazione della lacrima a buon mercato, ma sta sui personaggi ricordandoci che ciascuno muore come può, e coloro che gli stanno intorno dovrebbero semplicemente accettarlo. Naturalmente questo eccellente risultato deve molto ad una coppia di interpreti di alta classe: Ricardo Darin nei panni di Julian e Javier Camara in quelli di Tomas sono strepitosi, davvero unici nel portarci nel cuore della storia e del dolore, senza mai farci smarrire. Si esce rasserenati, dalla visione di "Tomas", e innamorati di un cinema che si pensava scomparso: capace di mettere in scena la natura umana nella sua essenza, in punta di cinepresa e senza scordare l'importanza d'un sorriso.

                                                                                                                                     Francesco Troiano

TRUMAN. REGIA: CESC GAY. RICARDO DARIN, JAVIER CAMARA. DISTRIBUZIONE: SATINE. DURATA: 108 MINUTI.